EMANUELA GIZZI
AURÁTICO

Aura: l’espressione intangibile ma percepibile dell’essenza di ognuno di noi, che si emana auràticamente, mostrando di volta in volta – in maniera sfuggente – una qualità diversa dell’individuo. Aura: la derivazione dell’interiorità unica e profonda del singolo, ma non la parte migliore di sé. Aura: il cannocchiale per l’anima dell’individuo, prescindendo da qualunque tipo di indicatore estetico o contestuale. L’Aura esiste, in quanto concetto antropologicamente imprescindibile e spiritualmente trascinante. E’ un controsenso, pura impressione soggettiva e indescrivibile, eppure innegabile percezione esistente, né visiva né sensibile in senso stretto, bensì concettuale. Ciononostante, l’Aura è un assoluto oggettivamente inconoscibile, di cui percepiamo solo l’Auraticità, l’emanazione, differente per ogni singolo osservatore, incluso l’individuo stesso. Di Auraticità parleremo. La percezione profonda, non superficiale, richiede uno sforzo – come sempre – da parte dell’osservatore: una disaffezione rispetto alle abitudini della retina e un’attenzione all’essenza depurata da tutti gli orpelli, obiettivi ai quali è dedicato questo percorso. Trittico: va tutto come deve solo ironicamente, fin quando si soffoca la propria essenza più vera sotto la personalità impostaci dall’esterno, a favore della ben più semplice accettazione sociale. L’uccellino è un invito a spiccare il volo per liberarsi dai canoni e riscoprire la propria Aura in ogni sua sfaccettatura: è un processo doloroso – da strapparsi i capelli – e insieme catartico, che ha come risultato la violenta espulsione di ogni frivolo e piatto stereotipo, la cui accettazione falsamente leggera era, in realtà, intensamente drammatica.
Performance: i nove ragazzi sono disposti a X, simbolo personalissimo della perfezione per l’artista, e resi privi di qualunque indicatore estetico, inclusi lo sguardo e i micro-movimenti muscolari che influenzano la retina di chi osserva, rimossi con una sorta di trance. Lo spettatore non è più solo protagonista del proprio cambiamento, ma anche mezzo tramite il quale l’Altro realizza l’investigazione della percezione della propria anima, con esiti imprevedibili. La fatica dell’osservazione dell’Aura si riverbera nello sforzo della prostrazione sul taccuino – scarno anch’esso – per registrare la percezione, assolutamente soggettiva, dell’Altro. L’artista stessa è l’ideale decimo elemento: presente, impegnata nell’osservazione dell’interazione, coinvolta, osservatrice e osservata lei stessa. Gli Specchi: lo spettatore torna protagonista nell’osservazione di sé, affrontando la duplice sfida degli specchi, tetri ed eterogenei. L’aura di uno Psicotico – la più alterata che ci sia – obbliga ad bbandonare la celestiale santificazione dell’Aura, ammettendo l’esistenza di aspetti più tossici e costringendo l’osservatore a indossare la metà più schiettamente oscura del proprio essere. La Faccia d’Aura mostra visivamente ciò che, normalmente, risulta invisibile, esaltando il controsenso dell’aspetto potenziale dell’Aura: solo apparentemente luminosa e piena, in realtà evanescente e in attesa di completarsi nella fisicità. Un nuovo viso sostituisce il volto dello spettatore – l’elemento che maggiormente lo definisce – rimpiazzandolo e attribuendo nuovi significati al resto del suo corpo. Scoprire l’Aura è l’invito del nostro progetto.
Emanuela nasce a Giulianova nel 1998 e trova parte della sua forza e ispirazione nel nonno, ceramista inserito nella secolare tradizione di Castelli eppure fieramente eclettico e fuori dagli schemi. E’ con lui che Emanuela muove i primi passi di una maturazione personale e artistica – sicuramente ancora in corso – che la porta a osservare il mondo attraverso una lente duplice, combinando una visione spirituale e onirica della realtà con una scientificità talvolta inesorabile. Gli studi avvicinano poi Emanuela al mondo della sociologia e dell’antropologia, strumenti tecnici che fungono da sostegno concettuale per la sua Arte, che lei stessa definisce “colta” non in senso classista o accademico, ma in quanto presuppone uno sforzo – il termine è essenziale e ricorrente – di comprensione, di superamento della soglia apparente, di applicazione delle facoltà intellettive per cogliere il messaggio di cui è impregnata ogni linea e ogni forma. Dietro l’apparente immediatezza della sua arte pulsa una fitta rete di simbologie, una misteriosa foresta da esplorare e decodificare combinando punti di vista diversi che porteranno la fatica dell’artista a completarsi con lo sforzo dello spettatore nell’impresa di svelare i segreti reconditi dell’Arte che sta sperimentando e – per estensione – scoprendo qualcosa di sé. Il terreno d’elezione per questo sistema di valori e forti convinzioni non può essere che l’Arte contemporanea, sentita da Emanuela come «la più sincera di tutte». «L’arte contemporanea non deve essere corretta né bella, ma deve funzionare: è una macchina da esperimenti pericolosissima».
A cura di Andrea Barbara Romita
Testo di Francesco Salvatore
Immagini di Arianna Consorte
 
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